~Stelvio 2000~

PREFAZIONE:

per rispetto all’autore di quanto qui di seguito narrato, si “consiglia caldamente ” la lettura di questo documento pedalando vorticosamente sopra ad una cyclette, con il freno tirato al massimo e con i telecomandi del riscaldamento e del pinguino-delonghi che vengono azionati alternativamente al loro massimo caldo e al loro massimo freddo e, verso la fine del racconto, con la pentola della pastasciutta che bolle forte e che crea così un grado di umidità esagerato ideale (se ancora non bastasse), tutto ciò per simulare le condizioni sotto descritte ed immedesimarsi un pochino nella situazione. Grazie. DISCLAIMERS:

non rinuncio a tutti i diritti d’autore (©): se qualcuno volesse offrirmi una cenetta, ben venga; tuttavia la presente storia, REALMENTE ACCADUTA nel mese di luglio del 2000, può essere facilmente copiata all’infinito all’interno del vostro hard disk, duplicata e venduta al meglio. Se, nonostante ciò, qualcuno volesse farsi passare come l’autore-protagonista, probabilmente se ne accorgerebbero tutti. Infatti si narra che io abbia le copie originali anche degli scontrini e delle ricevute fiscali, nonché gli originali dei vari negativi fotografici. Inoltre le gomme della mia bici sono particolarmente consumate…

…detto questo, andiamo a cominciare.


E dopo avere attraversato l’Italia in largo (vedi Umbria) e in lungo (vedi Puglia), non rimaneva che coprire anche la terza dimensione spazio temporale, ovvero l’altezza, per compiere quella che, seguendo la moda di quest’anno, ho sopraInnominato per l’appunto… Mission Quasi Impossibol 2000!

Nata quasi per “colpa di Severino de Milàn” che aveva buttato là l’idea di scalare lo Stelvio in bicicletta, poi per vari motivi non si era riusciti a combinare la cosa (della serie: “va avanti tu, che mi vien da ridere”).
Comunque non vorrei far ricadere tutte le colpe ed i meriti solo su Severino de Milàn: per certe cose bisogna essere un po’ predisposti e le rogne bisogna anche sapersele cercare. Perciò l’idea era molto bella e… la cosa davvero più ghiotta, era fare il giro completamente in bici, bagagli al seguito, partendo, come altre volte (precedentemente solo una...), sempre da casa.

Ho cercato fino all’ultimo qualche compagno di viaggio, anche e soprattutto, qualche compagna di giochi proibiti, ma inutilmente. Alla fine, non avendo alternative, ho deciso di andare via da solo, cosa che non avevo mai fatto prima di allora in vita mia: non sono mai stato un “lupo solitario” e nemmeno un licantropo e neanche un cefalopode.

E così, la partenza è stata molto “vomitevole”: infatti ho “rimandato” l’inizio dell’avventura per ben 4 giorni (giovedì, venerdì, sabato e domenica), a causa di temporali su tutta l’Italia settentrionale, bruciando di fatto 4 giorni di preziose ferie e riprogrammando (=tagliando chilometri e lo sconfinamento nella CH = Confoederatio Helvetica = Svizzera), giorno dopo giorno, le tappe per riuscire a farci star dentro il “giroNE infernale ”.


Lunedì 17 luglio alta pressione in vista e partenza, quasi immediata (sì, beh, quasi...), da casa mia attraversando campagne vicentine e veronesi alla volta di Riva del Garda, passando per Verona e pedalando lungo tutta la gardesana orientale; la si potrebbe definire una "tappa di trasferimento", visto che di salite-discese non ce n'è nemmeno l'ombra e la strada ti scorre sotto molto velocemente. Molto sole, anche un po’ di vento a favore, nessun compagno/a di viaggio incontrato strada facendo.
Si diceva partenza all'alba (a New York era l'alba!) alle ore 11:40, cioè quasi mezzogiorno (ora di pranzo), arrivo ore 19:30 (ora di cena), per un totale di 141.5 km alla media di 28 km/h in circa 5 ore, effettuando qualche sosta solo per mangiare e bere. Il casino di traffico che non c’era su e giù per la gardesana non ve lo sto a raccontare, perché sono cose davvero brutte da raccontare e da sopportare per uno che va in bicicletta. Comunque verso la fine della giornata, in preda ad allucinazioni competitive di fantozziana memoria, mi sono messo a correre come al giro d’Italia, andando via sempre sopra i 40km/h e toccando per qualche tratto la non malvagia velocità di 48 km/h. Attenti: il numero 48 ritornerà ancora... giocate-velo al lotto!

Io non ho molto senso dell’orientamento, però ho scoperto che non bisogna fidarsi troppo della segnaletica stradale: una volta credendo di andare verso nord, quasi non attraversavo il Po, mentre un’altra volta seguendo rigorosamente le indicazioni, dopo quasi 10 km mi sono ritrovato al punto di partenza. Dormito nell’ostello della gioventù di Riva del Garda dove ho trovato, in stanza con me, anche la solita checca di turno che mi ha tenuto compagnia tutta la serata, compreso quando sono andato a cenare in un locale tipico (che gioia…). Comunque, per i maliziosi e soprattutto per mia fortuna, non è successo niente, però la cosa fa pensare poiché non mi è mai successo, negli ultimi 34 anni di vita, di essere oggetto di desiderio da parte femminile. Pietà!

Lago di Garda Riva del Garda Torbole

Martedì 18 luglio ripartito per la seconda tappa, passando per Rovereto, Trento, Bolzano, Merano e alloggiato in albergo a Lagundo (Algund). Forse non avevo verificato bene la cartina geografica a casa, ma poco dopo Riva del Garda c’è un bel salitone per andare a Rovereto, tuttavia sicuramente lontano dal 15% di umbra memoria…
E’ da questa bella salita che si comincia a fare la conoscenza delle bellissime piste ciclabili che attraversano le vallate trentine, tra boschi, vigneti e pomàri (=piantagioni di mele) a perdita d’occhio. A volte però anche i trentini fanno gli scherzetti da prete e spesso mi son trovato a dover tornare indietro poiché la pista ciclabile era interrotta per lavori (delle vere e proprie voragini) e in bici da corsa non era proprio possibile passare. Inoltre bisogna tenere conto che sopra alla bici avevo i miei 10 kg di bagaglio (detto anche zavorra).
Qua ci sono anche le indicazioni che dentro alla foresta vive il "biotopo": chi mi sa dire che cos’è?
Io avevo sentito parlare del topo, della morécia, del sorxe (la x è la "esse" vicentina che si pronuncia con la s dolce, come fisica), della pantegàna, ma del biotopo mai.
La partenza è comunque avvenuta esageratamente presto, alle ore 8:50 , arrivando a Trento alle 11:40, un giretto turistico per la città e le sue belle e numerose fontane, la verifica di dove si trovasse l’ostello e ripartito alla volta di Bolzano.
Bolzano, detta Bozen, ho scoperto essere una città mooolto incasinata, per quello che riguarda la viabilità, dove tu se per errore ci arrivi dentro, non riesci più ad uscirne fuori. Si narra infatti che alcuni fisici di famE internazionale (tra i quali anche Zichichi!) l’abbiano studiata a lungo come modello fisico-matematico applicato alla teoria dello "spazio spinoriale" (© by Roberto Ragazzoni) e poi siano arrivati alla scoperta dell’esistenza dei famosi "buchi neri".
Alla fine, però, il Nobel se lo portò a casa il fisico Rubbia che, essendo più dotato FISICAmente (o fisicaMENTE? Boh!), riuscì a giocarselo a braccio di ferro e a soffiarglielo così al povero Zichichi. (No-no, FISICAmente... allora).
Finalmente dopo 15 km di avanti e indietro, sviluppando una strana sindrome da palla di biliardo, rimbalzando tra entrate in caselli autostradali , ri-rimbalzando tra uscite di superstrade vietate alle biciclette e ri-ri-rimbalzando di nuovo nel centro città, sono riuscito a venirne fuori, sotto ad un sole bello forte e un caldo boia (adesso si consiglia di mettere il riscaldamento al massimo…).

Come se non bastasse, dopo Bolzano ho cominciato ad avere la ruota posteriore della bici che si sgonfiava lentamente (che belloooo). Qui ho cominciato ad andare un po’ in velocità per recuperare un po’ il tempo perso a perdermi a Bolzano (pedalare ancora più forte), visto che non sapevo:

  1. per quanto la ruota avrebbe ancora tenuto
  2. quanto avrei tenuto io
  3. quanto tempo avrei impiegato ad arrivare a Merano
  4. quanto tempo avrei impiegato a Merano prima di trovare un alloggio libero
  5. se sarei sopravvissuto
  6. chi cavolo mi aveva ordinato di fare quella pazzia
  7. varie ed eventuali.

La cosa bella e brutta per chi se ne va via da solo è proprio questa: devi contare solo su di te, ti devi preoccupare e ti devi rincuorare da solo ed a volte questo crea degli scompensi psicologici e degli sdoppiamenti di personalità con un sacco di turbe psichiche e fantozziane manie di persecuzione.

Inoltre non avevo pezze di ricambio al seguito, solamente una camera d’aria di scorta. L’arrivo a Merano (in tedesco Meràn) verso le 18:20 e la scorta di un kit per riparare la camera e una ulteriore camera di scorta, ha placato un po’ le preoccupazioni e, dopo un meritato gelatone e una gonfiata di gomma, al secondo tentativo, mi sono aggiudicato un tetto per la notte.
Per la cronaca il posto è un km fuori Merano e si chiama “Gasthof zur Brucke”, (=albergo sul ponte), appena a destra prima del ponte sull’Adige per andare verso Passo dello Stelvio. Ottimo albergo, confortevole e pulito, prezzi buoni, ristorante incorporato, porzioni adatte a me (cioè abbondantissime).
Questa giornata i km sono stati 162 alla media di 22km/h in 7h e 30’, con il ginocchio destro che ha cominciato a far sentire un po’ di dolore nella parte esterna, quando ci spingevo sopra.

Considerazione scientifica: perché faceva male il ginocchio? Presto detto: avevo solamente 1400 km nelle gambe... ed era esattamente un mese che ero fermo e improvvisamente mi sono inventato di partire "alla bersaglieraaa" per l’impresa. Se poi aggiungiamo che avevo le scarpe da ciclista con i tacchetti rotti, la conseguente posizione sbagliata del piede, costringeva il ginocchio a lavorare leggermente storto e la frittata è fatta! Uno sano DE-mente non sarebbe mai partito...


Mercoledì 19 luglio ho dovuto fare l’intervento tecnico alla gomma che la mattina era completamente a terra, con scoperta di un bel taglio sul battistrada con leggero rigonfiamento: forse stava nascendo una bolla! Questi eventi quando capitano, ti riempiono sempre il cuore di gioia.
Sono partito comunque, sperando nella buona sorte, verso le ore 9:40. Una sosta qualche chilometro più avanti da un meccanico di moto per una stretta ad una vite del portapacchi e via, finalmente...
Da qui comincia la salita, leggera ma costante, della famosa Strada Statale 38 che ti porta nel cuore della Val Venosta, tra coltivazioni di mele veramente vaste. E’ stato qui che ho preso l’unica lavata del giro, dovuta ai vari getti d’acqua utilizzati per irrigare i frutteti. La SS38 per la cronaca è molto trafficata, come del resto anche le altre statali finora percorse, visto che sono strade obbligatorie per tutti i turisti che salgono in Germania o che scendono in Italia.

Alle ore 12 ero a Prato allo Stelvio, dove ho fatto un po’ di scorte alimentari per la salita (fichi secchi, crostatine, yogurt, succhi di frutta e muesli). Inoltre mi sono fermato anche a fare il primo e unico vero pranzo del giro, dove ho mangiato l’impossibile (praticamente ho masticato per un’ora e mezza, tanto che pensavo di essere, tra i vari sdoppiamenti di personalità, anche un criceto), visto che il passo dello Stelvio mi incuteva parecchia soggezione: se devo morire, spero almeno di non morire di fame, mi dicevo. C’è mancato poco che non facessi addirittura indigestione… E così verso le ore 13:50 sono lentamente e pesantemente ripartito alla volta di Passo Stelvio, passando per Gomagoi, Trafoi. Paesaggi davvero belli, dove il sole aveva lasciato il posto alle nuvole e l’aria era diventata frizzantina. Finalmente la prima indicazione: Passo Stelvio 47° tornante! (vedi nota)

47 TORNANTI………………………………………..! (provate a contare i puntini…)

48 tornanti per il paradiso...

All’inizio, tanto per ingannare il tempo e farmela passare, mi ero (quasi) AUTO-suggestionato e, soprattutto BICI-convinto, che i 47 tornanti fossero la somma dei tornanti della salita + i tornanti della discesa: al liceo ero bravino in matematica e mi piaceva l’idea di mettere dentro ad un’equazione anche i tornanti dello Stelvio… Inoltre non dimentichiamo che “47” è anche un numero primo e quel giorno sarei arrivato primo anche io perché non c’era nessun altro. Ma sarei arrivato pure ultimo... e la felicità, se mai fosse esistita, non avrebbe potuto essere totale...
Invece i famosi “47” erano solo quelli della salita! Pietà! Ad un certo punto, dopo quasi una 20ina di km di salita, cominci a vedere l’Ortles, con i suoi 3900 e passa metri di altezza, tutto bello bianco innevato.


Nota: Ho scoperto anni dopo che i tornanti invece sono 48, forse sono sfrecciato davanti al tornante 48 troppo velocemente e proprio non l’ho visto. :-)
E allora 48 non è più un numero primo ma divisibile per 2 e per 3 ed è uguale a 2^4*3: sicché per far quadrare i conti, quando contate i puntini, contate anche il punto esclamativo. Scienza non fantascienza...

Per strada nessuno, solo io e la mia bici. E il silenzio e il freddo e le nuvole e la fame (ancora???) e la sete.

Comunque dico la verità, niente di impossibile, ma la salita è davvero lunga e verso la fine anche il freddo e il vento tagliente si fanno sentire (cerchiamo di mettere il pinguino al massimo adesso). Dopo alcune pause per mangiare qualcosina e tirare il fiato, verso le 17:30 sua maestà Passo dello Stelvio, Stilfser Joch, 2760 m.s.l.m. era raggiunto…
Ragassi, bèlo ciò: il passo più alto d’Europa, scalato con le mie gambine, partendo da casa, con le borse, il male al ginocchio e tutto il resto: non si scherza! Ma che caos: sembra di essere al mercato del mio paese il martedì, un casino di gente che va e viene, lavori in corso dappertutto, addirittura la filiale di banca più alta d’Europa: ma mi FACCI il piacere…

Avevo letto nei 99 libri del ciclismo di mio padre che lo Stelvio faceva parte dei miti del ciclismo: su per di là c’erano passati TUTTI i veri ciclisti, da Coppi a Bartali, a Merckx, scritte sulla neve del tipo “W FAUSTO”… sudore e lacrime cristallizzati dal freddo… E invece su per di là sembrava di essere un po’ come ad Assisi e a S. Marino: pieno di bancarelle di souvenir...
Comunque sia, dopo queste tristi considerazioni, sul perché della vita e un principio di assideramento, prima di trovare una buon’anima che mi facesse una foto mentre ero ancora vivo, mi sono sorbito il teino di rito al rifugio e non ho visto purtroppo l’ora di scappare via dal vento freddo veramente tagliente che c’era lassù. Dopo tanta fatica per salire… Ai bordi della strada c’erano ancora dei tratti con la neve caduta la settimana prima (consiglio di aprire anche la porta del frigorifero per dare una mano al fido pinguino delonghi). Dopo tutto non dimentichiamo che qui siamo più vicini ai 3000 metri che ai 2000 metri.
I 22 km di discesa fino a Bormio sono davvero tanti e quando finalmente arrivi, hai male alle mani per aver tirato continuamente i freni e le spalle ti dolgono. A Bormio la stanchezza ha cominciato a farsi sentire e, sia perché era tardino, sia perché ero un po’ in crisi semi-mistica, ho deciso di trovare un posticino per dormire.


Carissima Bormio, esattamente il doppio più cara di Merano, per quel che riguarda gli alberghi. Comunque quella sera, dopo essermi fatto la doccia, non sono uscito per mangiare, visto che mi girava la testa come se fossi stato ubriaco e avevo brividi e nausea ogni volta che mi mettevo in piedi tanto che avevo paura di cadere per terra (aumentiamo il freddo del pinguino delonghi, per cortesia). Me ne sono stato buonino a letto sotto le coperte a recuperare un po’ di energie fino all’una di notte e poi, spinto da una fame rabbiosa (ero finalmente guarito, sì-sì, all’una di notte!), ho dato fondo a quasi tutte le scorte alimentari comperate a Prato allo Stelvio (3 banane, 2 yogurt, un pacco di fichi secchi, uno di prugne, muesli , biscotti e non so quante crostatine). Per la cronaca i km percorsi sono stati 99 alla media di 16.5 km/h in 6 ore, 63.5 km/h la velocità massima in salita.

OK, in discesa: volevo solo vedere se eravate attenti...

Rio Trafoi L'Ortles Alcuni tornanti dello Stelvio La mia bicicletta che posa davanti al Bar dello Stelvio. Notare le borse sulla bici e le scarpe da ginnastica legate sopra... Eccomi qui: Passo Stelvio, 2758 m.s.l.m. Freddo, mooolto freddo I tornanti dall'altra parte dello Stelvio Passo Stelvio visto da sotto La neve... Foto spettacolare dei tornanti dalla parte di Bormio, si vedono pure le gallerie...

Giovedì 20 luglio ripartito alle 9:30 alla volta di S. Caterina Valfurva con lo scopo di scalare il non meno famoso Passo di Gavia (2650 m.s.l.m.), il Passo Tonale (1889 m.s.l.m.) per arrivare infine a Trento. La salita per il Gavia è una bella salita, direi per niente frequentata, soprattutto molto silenziosa e tranquilla. Questa, cari miei, è la vera salita per i veri duri, qui sei in mezzo alla natura e il traffico della Val Venosta non è che un brutto ricordo.

Qui ho incontrato gli unici 2 compagni di viaggio che per 10 minuti ho seguito e poi ho lasciato andare, visto che correvano troppo per i miei gusti. Infatti 15 minuti dopo uno dei 2 fighi che correva tanto e che, ad appena un quinto di salita, aveva finito la sua dose giornaliera di epo, si ritirava vergognosamente (so’ dilettanti...), mentre l’altro l’ho ritrovato in cima. Io col mio passetto, ogni tanto mi fermavo per mangiare, visto che per me è molto importante non andare mai in crisi di fame.

E poi il tifo dei motociclisti e delle motocicliste tedesche ferme lungo la strada... vero tifo eh, tutto per me, con tanto di applausi e sorrisi e grida in una lingua a me sconosciuta. Per un attimo ho pensato che in fondo due ruote le hanno anche loro... e la moto è solo una evoluzione più rumorosa e veloce della bici.

Raggiunto il bellissimo e durissimo Passo Gavia verso le 12, cosciente ormai del fatto che il divertimento era finito, dopo un bello spuntino sempre a base di fichi secchi e crostatine e dopo aver fraternizzato con una coppia di veronesi che, avendo visto la marca dei miei calzettoni, mi stava chiedendo anche l’autografo, mi sono rituffato giù per la davvero strettissima e ripidissima e pericolosissima stradina senza protezioni alla volta del paese di Ponte di Legno. Bisogna essere matti per omologare delle strade così: giù per questa discesa bisogna essere molto prudenti perché si rischia ogni momento di arrivare giù in valle rotolando fuori strada e il salto non è cosa da poco. Però il rischio è il mio mestiere e sarebbe stato controRIproducente volare fuori strada proprio adesso, dopo aver fatto tutta quella fatica per arrivare fin lassù (e cerchiamo di tenere il pinguino sempre al massimo perché siamo ancora sopra i 2000 metri e fa freddo).

Una volta che si è arrivati tanto in alto, scendere è anche bello, ma poi sapere di dover risalire verso il passo Tonale, con il clima che nel giro di 20-30 minuti cambia da un’arietta frizzantina, vestito di tutto punto con berretto di lana, guantoni da neve, calzettoni invernali e kway, a un caldo soffocante, esposto al sole, con la vicina possibilità di rimanere anche senz’acqua, non è psicologicamente confortante (adesso potete premere il pulsante per il massimo caldo. E cercate anche di non bere troppo). Però lentamente anche il Tonale è stato scalato, quasi una banalità, se non pensi che, una volta arrivato sopra là, sei arrivato appena ad un terzo del tuo chilometraggio giornaliero (ancora più confortante).
Una delle ricorrenti paure è sempre quella di non farcela e spesso rinunci a prenderti delle pause per evitare di perdere prezioso tempo. L’arrivo a Trento, all’ostello della gioventù avvenuto verso le ore 19:20 e dopo la necessaria doccetta ristoratrice, mi sono concesso una luculliana cenetta completamente a base di pesce (non si schersa ciò), visto che me la ero proprio meritata: Toh ciàpa!

Uscita serale per camminata defaticante di 3 orette per la città e gustamento di occhi dovuto alle belle ragassuole presenti everywhere. Trovo che nel suo piccolo, Trento sia una bella cittadina, inoltre parlano correntemente dialetto veneto, diversamente da BZ dove la lingua ufficiale è il tedesco.
Comunque nonostante i 2 passi (2650m+1889m=4510m) e i 142 km percorsi alla media di 22.2 km/h (7 ore circa), ero meno stanco del giorno prima.

Autoscatto: sono quasi arrivato sul Passo Gavia Passo Gavia: 2650 m.s.l.m. Panorama del Passo Gavia Laghetto di montagna Passo Tonale: 1850 m.s.l.m. Il maestoso Adamello Il Lago di Cles

E siamo arrivati all’ultimo giorno, venerdì 21 luglio. Partenza con calma alle ore 10, dopo aver scattato qualche foto alla città. Dopo aver fatto per qualche chilometro una salita non contemplata nella mia cartina geografica, non sapendo nemmeno io dove stavo andando (inconsciamente non volevo proprio tornare a casa), ad un certo punto ci ho rinunciato e sono ritornato in statale, direzione Rovereto. Sosta in un paesino per fare provviste, una super colazione alle 11:30. A Rovereto ho scelto di prendere la salita per la Vallarsa, una valle parecchio lunga (48.5 km), per evitare di rimanere in statale e dover alla fine ritornare per la stessa strada. Sta cavolo di Vallarsa, se da una parte offre bei paesaggi, il verde, la diga, i laghetti color verde smeraldo, dall’altra ti stronca visto che la salita è salita e la giornata era afosissima e si partiva praticamente da 180 m.s.l.m., sotto un sole che ti spaccava (a questo Sproposito cerchiamo di essere un po’ più partecipi di questo calvario e accendiamo pure il riscaldamento al massimo; qui viene buona anche la pignatta di pastasciutta precedentemente nominata che bolle al massimo e anche la fiasca di acqua calda sulla schiena. Cerchiamo anche di accendere tutti i faretti allo iodio dentro la stanza e puntiamoceli contro, per simulare il sole cocente. E cerchiamo di pedalare, perché mancano ancora 110 km all’arrivo…).
Pedala, pedala, anche qua il clima è ben presto cambiato (e tte pareva!), trovandomi ad un certo punto che sembrava dovesse piovere (e vai di nuovo col pinguino delonghi). Arrivato a Pian delle Fugazze (1162m), altro passo di montagna del giro, su per rifugio Campogrosso (1457m) e giù a Recoaro, passando per Valdagno e Montecchio, ormai ad una 40ina di km da casa.
Qui mi si è bloccato il ginocchio destro, che dal 2° giorno era dolorante, e ho quasi rischiato di dover chiamare il carro attrezzi che mi portasse via. Ma non mi sono comunque fermato (guai a me!), solo che da questo punto ho cominciato a pedalare solamente con la gamba sinistra, appoggiando appena la destra sopra il pedale.

A Brendola, prima dell’ultima salitina sui colli Berici a 20 km da casa mia, per farmi coraggio mi sono divorato una coppetta di gelato e assicuro che quasi non riuscivo più nemmeno a camminare. In ogni caso nella disgrazia sono stato fortunato, visto che il gelato va mangiato con la bocca e non con il ginocchio. Non so mica come sarebbe andata altrimenti… Sembrava che avessi un chiodo piantato dentro al ginocchio destro, nella parte esterna. L’arrivo alla base è finalmente avvenuto alle ore 19:30, dopo 134.5 km, e un bel po’ di salita, alla media di 20.5 km/h e con un ginocchio in meno.

Trento: Castello del BuonConsiglio visto da dietro Castello del BuonConsiglio visto da davanti La piazza di Trento Piazza da dietro Ancora piazza di Trento La Vallarsa Passo Pian delle Fugazze: 1163 m.s.l.m. Di là della strada... i ciclamini Campogrosso Rifugio Campogrosso: 1457 m.s.l.m.

Vorrei alla fine tirare le somme (cioè la somma algebrica) di Mission NON più Impossibol 2000:


RINGRAZIAMENTI:

Vorrei ringraziare innanzitutto le mie gambine, che hanno retto il notevole stress da fatica, la mia BICICLETTA da corsa BIANCHI, perché è stata brava a non rompersi mai ed inoltre mi è stata compagna fedele ed inseparabile.

Ringrazio Benjo che ha continuato a prestarmi il portapacchi.

Ringraziamento vada pure anche alle scarpine da ciclista, causa indiretta del male al ginocchio, visto che sembra una non corretta posizione del piede la causa del male al ginocchio e che saranno sostituite, dopo tanti anni di onorato servizio, l’anno prossimo.

Ringraziamento particolare vada a Severino de Milàn che forse, se non avesse sparato l’idea di scalare lo Stelvio, probabilmente non avrei mai fatto il giro ed a TUTTI VOI se avete avuto la pazienza e la bontà di leggermi fin’ora.
Un grazie a Rubbia e Zichichi, a Coppi, Bartali e Merckx, alla checca e pure alle amiche di giochi proibiti, queste ultime sempre assenti nel momento del bisogno, che non sapranno mai che cosa si sono perse.


E per veramente finire…

ORA UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA:

ma mi volete spiegare che cosa ci fate sopra alla cyclette a pedalare ancora come dei forsennati, mezzi sudati, mezzi ghiacciati, con tutti i faretti accesi puntati contro di Voi, il riscaldamento che parte al massimo e il pinguino (ti gà sugà él canàl) e la pastasciutta scotta che continua a bollire e a far vapore e, soprattutto, con la fiasca dell’acqua calda ancora legata dietro alla schiena?
LasciateVELO pure dire: mi sa proprio che non siete mica poi tanto normali… la corsa è fiii-niii-taaaaaaa!
Comunque, ditemi la verità: non sarà mica che Vi siete fatti troppo prendere dal racconto dell’avventura o peggio che Vi “spiace” che sia già finita, spero?

E’ stato bello, sì, ve lo posso assicurare, sarebbe sicuramente stato più bello in compagnia, ma non dispero: inviterò ancora le amiche, anche se son sicuro che non verranno mai perché... si divertirebbero troppo!
Forse dopo Mission Quasi Impossibol 2000, può esserci M.Q.I.2001 ma per questa è ancora presto fare congetture e ci penseremo più avanti.

A Voi tutti, miei cari amici vicini e soprattutto lontani un CIAOOOOOOOOOOOOOOOOOOO! da…

Carlo de Vicensa